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26 Maggio 2019
Cannes, Palma d'oro a Parasite

Designata all’unanimità, la Palma d’oro 2019 parla coreano ed è esemplare e meritata. Parasite (in originale Gisaengchung) è infatti il film forse più bello e impressionante, sintomo di una “selezione incredibile” (parole del presidente Alejandro Gonzales Iñarritu) quale quella che ha composto il concorso di Cannes 72. 

Il regista Bong Joon Ho, classe 1969, non immaginava certo di arrivare sull’olimpo dei grandi maestri, ma la sua opera – passata fra gli entusiasmi di critica e pubblico con voti altissimi nelle riviste specializzate – faceva presagire un premio pesante.

Un trionfo, dunque, per questa piccola-grande storia “famigliare” ambientata nella Seul contemporanea in cui due famiglie di classi sociali e culturali opposte arrivano a specchiarsi, scambiarsi, mescolarsi, in un gioco comico e crudele, mentre sullo sfondo, e soprattutto nei bassifondi della sterminata capitale, i poveri sono travolti dalle inondazioni. Un’opera “verticale” metaforica ma anche capace di divertire, intrattenere col “fiato sospeso” come un film di genere hollywoodiano. E giammai “si spoileri la trama” ha chiesto a più riprese il regista commosso.

Va alla giovanissima regista franco-senegalese Mati Diop, classe 1982, il Gran Prix per il suo Atlantique, un’opera politica, importante, coraggiosa. Di contrasto, invece, il premio per la Miglior Regia è consegnato a due autentici veterani del “mestiere”, Jean-Pierre e Luc Dardenne per il loro implacabile Le jeune Ahmed: per quanto di qualità e di ovvio peso socio-politico, il film non aggiunge valore alla già iridata filmografia dei fratelli belga e la giuria – in questo caso – poteva orientarsi di certo altrove.

Sempre all’universo francofono, ma stavolta proprio alla Francia, va il premio per la Miglior Sceneggiatura attribuito a una delle cineaste di maggior talento nella scrittura, Céline Sciamma col suo pittorico melò in costume totalmente al femminile (non ci sono personaggi maschili, un vero atto di resistenza) Portrait de la jeune fille en feu. Un film buono ma meno libero nel tono dai suoi ottimi precedenti.

Ex aequo è il Prix du Jury, assegnato con merito in entrambi i casi: all’esordiente in opera di finzione francese (ma di origini africane) Ladj Ly, classe 1980, per il notevolissimo action social drama Les Misérables (“lo dedico a tutti i miserabili del mondo” ha annunciato il giovane cineasta) e al duo brasiliano Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles per il loro Bacurau, una sorta di western nella sertao do Brasil, anch’esso con uno sfondo politico in tal caso come resistenza ad ogni forma di colonialismo.

Le interpretazioni restano in Europa e parlano spagnolo grazie alla monumentale performance di Antonio Banderas per il magnifico e struggente Dolor y Gloria di Pedro Almodovar (a cui l’attore ha dedicato il premio ma che certamente sarà rimasto deluso della mancata Palma d’oro già “annunciata” prima dell’inizio del festival…) ed inglese con la britannica naturalizzata americana Emily Beecham protagonista dell’enigmatico Little Joe di Jessica Hausner. Ultimo da ricordare ma non certo ultimo da celebrare è il premio “menzione speciale” al palestinese Elia Suleiman per il suo poetico, ironico ed intelligentissimo It Must Be Heaven. Nessun premio per l’applauditissimo Il Traditore di Marco Bellocchio.

Con una selezione imponente e ricchissima, la giuria guidata da Iñarritu si è orientata su opere assai diverse fra loro in forma e contenuti ma accomunate da profondi riflessioni politiche e sociali, ben inserite nella creazione artistica. Due le donne premiate, due (anzi tre, considerando i fratelli Dardenne) i maestri, un grande attore e un’attrice promettente, e tanti nuovi cineasti chiamati a confermare il talento qui esibito, includendo il grandissimo filmmaker sudcoreano che siamo certi non ci deluderà anche in futuro. Curiosamente, come lo scorso anno con il giapponese Kore-eda, la Palma d’oro va in estremo Oriente con un film centrato sulla famiglia. E forse non è casuale.




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