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19 Luglio 2021


Marx può aspettare, il film di Bellocchio è una meraviglia

Camillo Bellocchio nacque tre ore dopo Marco e poiché la madre temeva che morisse lo fece battezzare. Tre volte per sicurezza, mamma Bellocchio era molto religiosa come sa chi conosce i film del grande piacentino. Una delle sorelle non aveva neanche capito che la mamma era incinta, credeva che i due nuovi bambini «fossero due poveri, alla porta venivano sempre a bussare dei poveri». Ventinove anni più tardi, nel dicembre del ’68, Camillo Bellocchio si impiccò e fu proprio lei, Letizia, a trovarlo appeso a una corda e a correre in cerca di un coltello mentre la madre per lo choc si strappava gli abiti nuovi di dosso.

“Marx può aspettare” è pieno di dettagli simili, a casa Bellocchio ognuno ha i suoi ricordi, i suoi segreti, le sue rimozioni, in testa il regista che di Camillo era il gemello. Eppure il tutto emana un sentimento fortissimo e indefinibile ma mai, nemmeno un secondo, cupo o ricattatorio. Come se realizzando questo magnifico film “di famiglia”, sulla linea d’ombra degli 80 anni, Bellocchio avesse in certo modo liberato se stesso e tutti i familiari da un peso già affrontato molte volte nei suoi altri film, più o meno apertamente, come si vede dalle molte sequenze citate. Il peso di una tragedia intollerabile cui però si può tentare di dare un senso e una forma con i mezzi del cinema, un cinema della presenza e della verità. Riconducendola a un contesto storico-familiare, e a un privatissimo quanto nitido “sottosuolo”, che nel film diventano passato e coscienza di tutti noi, come succede quando il (grande) cinema trova l’universale nel particolare.

Così la storia e il dolore di Camillo - e di Marco, di Piergiorgio, di Alberto, di Letizia e Maria Luisa, della ragazza che a Camillo era legata - ci portano per forza quasi corporea (i Bellocchio hanno presenza e gestualità fortissime) dall’altro lato dello specchio. Come se estraendo Camillo dall’ombra Marco illuminasse il suo intero percorso. Non per narcisismo ma per il coraggio, la fermezza, la vitalità con cui condivide ogni tessera del mosaico davanti ai suoi stessi figli. Sorretto da immagini d’archivio, da alcuni suoi dipinti e dalle musiche trascinanti di Ezio Bosso in una sarabanda che approda a una specie di “Fanny e Alexander” ma cattolico e dal vero. Dunque affacciato, a ben vedere, su mentalità e follia di tutto un Paese. Una meraviglia.


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